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Repubblica o Monarchia? Le donne italiane al voto nel Referendum istituzionale del 2 giugno 1946

2026-05-27 17:44

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Repubblica o Monarchia? Le donne italiane al voto nel Referendum istituzionale del 2 giugno 1946

L’esclusione plurisecolare delle donne dalle decisioni politiche è dovuta, sin dal diritto romano, alla fragilitas e al bisogno di tutela. Pregiudizi

L’esclusione plurisecolare delle donne dalle decisioni politiche è dovuta, sin dal diritto romano, alla fragilitas e al bisogno di tutela. Pregiudizi plurisecolari così radicati al punto che anche le rivoluzioni settecentesche parlano sempre di “uomo” e “cittadino” a proposito dei diritti.

Solo nel Novecento la situazione muta profondamente pur tra lentezze e contraddizioni. In Italia le piccole novità in specifici ambiti (ad esempio l’ingresso nei consigli d’amministrazione delle Opere Pie) sono introdotte sempre facendo molta attenzione a conservare le “inegualità naturali”. D’altra parte, i principali scienziati italiani, a cominciare da Cesare Lombroso, teorizzano la superiorità dell’uomo.

Numerose le iniziative in area socialista, seguite da quelle in ambito cattolico. Non mancano proposte “provocatorie” ad opera di figure di primo piano del mondo femminile. Nel 1906 Maria Montessori, una delle prime donne a conseguire la laurea, lancia la richiesta di iscrizione delle donne nelle liste elettorali, che non sembra vietata da alcuna legge. All’epoca è però ritenuto ovvio che possano iscriversi solo gli uomini. Infatti, il progetto è bocciato dalla Cassazione. Nel 1909 la scrittrice Grazia Deledda, poi premio Nobel nel 1926, si candida al Parlamento in Sardegna per il Partito radicale. Ottiene poche decine di voti, quasi tutti contestati e annullati.

La strada che porta alla concessione del diritto di voto femminile è costellata di occasioni mancate. I tempi sembrano maturi nel 1919, con la nuova legge elettorale proporzionale, sostenuta da socialisti e popolari e dello stesso presidente del Consiglio Nitti. Paradossalmente anche il neonato movimento dei Fasci di combattimento inserisce il voto alle donne nel suo programma originario, punto che scompare nel 1922. La legge viene approvata dalla Camera, ma non dal Senato per lo scioglimento anticipato della Legislatura dopo i fatti di Fiume. 

Nel novembre 1925, proprio mentre il regime fascista si va affermando definitivamente viene approvata una legge sul voto femminile alle amministrative, che non verrà mai applicata. Anzi, la nuova legge del 1926 abolisce il Consiglio comunale elettivo e introduce la figura del podestà di nomina governativa.

La vera svolta è quella del Governo Bonomi, espressione del CLN, che il 1° febbraio 1945 emana un decreto legislativo sulla Estensione del diritto di voto alle donne, fortemente voluto da De Gasperi e Togliatti, che però non prevede ancora l’eleggibilità, ma solo il diritto di voto. L’eleggibilità venne introdotta nel marzo del 1946. Intanto, però, i membri dei governi continuano a essere tutti uomini. 

Normalmente si scrive che le donne votano per la prima volta il 2 giugno 1946 per il referendum su Monarchia e Repubblica e per l’Assemblea costituente, che darà origine alla Costituzione. La considerazione non è precisa perché in parte della penisola le urne furono aperte per le elezioni ammnistrative di marzo/aprile, una sorta di prova generale. È il caso di Bra, dove la tornata amministrativa si tiene il 24 marzo. Buona la partecipazione, superiore all’84%. Vince la Democrazia Cristiana che, in virtù del sistema maggioritario in vigore elegge tutti i 24 candidati, comprese due donne. Giulia Burdese e Giuseppina Gavuzzo, legate al mondo dell’Azione cattolica e delle Acli, sono le prime donne a entrare nella sala del Consiglio comunale. Nessuna eletta invece nell’opposizione socialcomunista. 

Bra non è un’eccezione, ma la regola. Ovunque sono relativamente poche le donne elette nei consigli comunali, circa duemila su oltre centomila consiglieri, rari i sindaci donna. Le elezioni si svolgono in un clima di ordine e partecipazione. DC e sinistre si dividono la vittoria a seconda delle zone di maggiore influenza. 

Il vero banco di prova sono però le elezioni del 2 giugno 1946, quando elettrici ed elettori ricevono due schede, una per il referendum istituzionale, l’altra per l’Assemblea costituente. Per quest’ultima le candidate sono veramente poche: 68 nel PCI, 29 nella DC, poche unità negli altri partiti. Evidentemente la novità è dura ad affermarsi. 

Eppure, associazioni e periodici femminili sono schierati in prima fila, a cominciare dall’Unione donne italiane promossa dal PCI, sostenuta dal giornale “Noi donne” e dal cattolico Centro italiano femminile, nato con il supporto dell’Azione cattolica.

Numerose su giornali e volantini le indicazioni per esprimere un voto valido. Alcune sono, in apparenza, bizzarre. Il “Corriere della Sera” titola nel giorno del voto: “Senza rossetto nella cabina elettorale”. La scheda deve essere sigillata e vi è il fondato rischio che tracce di rossetto possano rendere il voto nullo. 

Si può ipotizzare che molte donne democristiane abbiano votato per la monarchia (il partito ha lasciato libertà di scelta), mentre la stragrande maggioranza delle socialcomuniste si orienta verso la repubblica.

Votano circa tredici milioni di donne e dodici milioni di uomini. I risultati sono proclamati dalla Corte di Cassazione il 10 giugno 1946: oltre 12.700.000 cittadini favorevoli alla Repubblica e circa 10.700.000 alla Monarchia.

Su 556 deputati della Costituente le donne elette sono solo 21: nove comuniste, altrettante democristiane, due socialiste, una dell’Uomo Qualunque. Le prime elezioni politiche vedono l’affermarsi della DC, con il 35,2% seguita da socialisti (20,6%) e comunisti (18,9%). Evidentemente non esistono dati ufficiali, visto che il voto è libero e segreto e non ci sono sondaggi, ma è facile verificare che il voto delle donne italiane si sia indirizzato in modo massiccio verso i citati tre partiti.

Il ritardo accumulato non viene colmato in tempi brevi. Si dovrà aspettare il 1976 per avere una donna ministro, la democristiana Tina Anselmi al dicastero del Lavoro. Nel 1979 la comunista Nilde Jotti è la prima donna presidente della Camera. Ma bisogna attendere il 2022 per avere la prima donna presidente del Consiglio dei ministri, Giorgia Meloni, erede di un partito esterno all’«arco costituzionale» sul quale si è fondata per decenni la Repubblica.

 

Emanuele Forzinetti


 

Per un approfondimento leggi anche:

Vite parallele. Donne contadine al lavoro durante la guerra e il Referendum Repubblica-Monarchia: 1940-1946 (di prossima pubblicazione su questo sito).